martedì 1 gennaio 2008

Arimòrtis e Arivìvis

C’erano una volta due fratelli, Arimòrtis e Arivìvis. Arivìvis era sempre allegro, mentre Arimòrtis era così triste che quando arrivava lui i bambini smettevano di giocare e si mettevano a piangere tutti insieme.
Nella strada dove abitavano c’era un bel cespuglio di rose. Passava Arivìvis e le rose sbocciavano in grandi fiori rossi, bianchi e gialli; ma quando sopraggiungeva Arimòrtis le rose appassivano e i loro petali cadevano per terra.
C’era un gatto che dava la caccia a una mosca con le sue zampette.
“Secondo me non la prende”, diceva Arivìvis.
“La prende, la prende”, lo contraddiceva triste Arimòrtis.
Non aveva ancora finito di parlare che, zàc, il gatto aveva schiacciato la povera mosca a terra sotto la sua zampa.
I contadini apprezzavano molto Arimòrtis. Quando veniva l’estate e i chicchi di grano crescevano sulle spighe, un gran numero di passeri arrivavano volando per mangiarli. I contadini, allora, chiedevano ad Arimòrtis di fare una passeggiata nel campo. Non appena lo vedevano, i passeri volavano via spaventati e il grano era salvo.

2 commenti:

mazapegul ha detto...

Una spiegazione per i non milanesi. "Arimòrtis" è la formula usata a Milano per interrompere un gioco competitivo (palla avvelenata, nascondino, rialzo...): perchè un bambino deve andare a fare la pipì, perchè c'è da discutere dell'eventuale infrazione a una regola e va andando. In altre parti d'Italia si usa "fido" o altre espressioni.
Alcuni gruppi di bambini hanno poi inventato "arivìvis" per riprendere il gioco dopo l'interruzione.

L'etimologia di "arìmortis" pare essere "arae mortis": gli altari eretti in onore dei defunti sul campo di battaglia alla fine dei combattimenti, ne parla spesso Tucidide, per esempio, nelle sue Guerre del Peloponneso.
Come questa espressione latina sia arrivata nei giochi dei fanciulli milanesi è per me un mistero. Che sopravvissuta generazione dopo generazione chissà per quanto tempo sta lì a indicare, mi sembra, che c'è un piccolo, ma importante bagaglio culturale infantile che viene trasmesso da generazione di bambini a generazione di bambini, senza passare -azzarderei- attraverso la mediazione degli adulti.
Da anni cerco un libro o un articolo che confermi o refuti questa mia idea: se avete dei cosigli di lettura, fatemi sapere.

sissimarina ha detto...

consigli non ne ho.
Posso solo aggiungere che all'epoca mia (quindi circa mezzo secolo fa), e a Roma, per interrmpere un qualsiasi gioco di squadra si diceva: "pace! pace un momento!"... dove, a parte il fatto che sarebbe bellissimo mutuare lo stesso metodo per i conflitti degli adulti, si fa evidente che quei giochi - dal calcio all'«acchiapparella», da «rubabndiera» a «campana», da «guardie e ladri» a «cowboys e indiani» - sono tutti, più o meno trasparenti, simulazioni di guerra!!!