C'era una volta una coppia di contadini senza figli. Non che non volessero, anzi, ma stava arrivando per loro l'età in cui di figli non se ne hanno più, e di marmocchi neanche l'ombra. Un giorno la donna stava andando a prendere l'acqua e incontrò una vecchia piegata sotto una pesante fascina di legna.
"Ti aiuto io, nonnina," s'offrì la donna, che si caricò la fascina sulle spalle.
Arrivati a casa della vecchietta, questa disse: "Sono povera e non ho nulla da darti in cambio, ma nel volgere di meno d'un anno avrai ciò che ora non hai."
Dopo nove mesi, infatti, nacque il bambino tanto desiderato.
Il bambino aveva pochi mesi e la madre se lo portava dietro andando al fiume a prendere acqua, quando incontrò la stessa vecchietta, che stava disperatamente cercando di far smuovere il suo asino. La contadina si disse tra sè: 'non posso aiutarla col bambino in braccio'; ma sotto sotto stava invece pensando: 'non sarà mica che la vecchia ora vorrà qualcosa in cambio, solo per avermi detto che avrei avuto qualcosa, senza neanche dirmi cosa'. Fece così finta di non vederla e passò oltre.
Passavano gli anni e il bambino cresceva sano e robusto, ma cattivo. Non dava mai retta ai genitori, prendeva gusto a tormentare gli animali e aveva oramai litigato con tutti i bambini del vicinato. Per di più, si erano accorti che rubava in casa. "E chissà se non ruba anche dai vicini?!" si chiedeva angosciata la madre.
Un giorno si scoprì che qualcuno aveva rubato dalla cassetta delle elemosine in chiesa. In paese pensarono tutti che fosse stato il figlio dei due contadini, così andarono a chiederglielo.
"Certamente non sono stato io," rispose lui stizzito. Però, quando andarono a cercare nella sua camera, trovarono le monete sotto il suo letto.
Il bambino fu allora portato in piazza e giudicato. Tutti lo accusarono: gli altri bambini che lui aveva sempre trattato male; il parroco della chiesa a cui aveva rubato le elemosine; i paesani che erano stanchi di tutte le sue cattiverie e persino i suoi genitori, che s'erano persino pentiti di averlo tanto desiderato.
Il bambino si guardava attorno in cerca di uno sguardo amico, ma non ne trovava nessuno. Non i paesani, non gli altri bambini, non i suoi genitori.
"Se nessuno ha nulla da dire in sua difesa, procederemo alla punizione di questa piccola canaglia," disse il podestà del paese.
Una debole e triste voce di vecchia obiettò: "Non va bene dare tutti addosso a un bambino, non importa cosa abbia fatto. E' solo un bambino, dopotutto."
Una folla inferocita zittì la vecchia. "Non merita pietà!" "Poteva pensarci prima."
Fu deciso che il bambino sarebbe rimasto tre giorni e tre notti legato all'anello di ferro a cui -davanti all'osteria- venivano legate la cavalcature dei clienti.
La mattina dopo, però, il bambino non era più lì, né lo si trovò da nessuna parte in paese, né a casa sua.
Qualche giorno dopo, uno straccivendolo di passaggio disse di aver visto, a molte leghe da lì, una vecchietta che camminava, aiutando il passo stanco appoggiandosi a un bambino pieno di premure per lei. Senza dubbio il suo nipotino, concluse lo straccivendolo.
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sabato 25 aprile 2009
domenica 15 marzo 2009
Storielle morali (1)
C'era un paese in cui imperversava una banda di feroci giganti. Il re, impotente, decise di rivolgersi ai cavalieri erranti: pubblicò un bando in cui si prometteva la mano della principessa sua figlia al cavaliere che avesse meglio sconfitto i giganti. Che un qualsiasi cavaliere errante ben armaturato e superbamente cavalcato fosse in grado di sconfiggere un pulcioso colosso, infatti, non c'era dubbio. Non bastava farlo: bisognava farlo correttamente.
Si presentò un primo cavaliere. S'inchinò di fronte al re, baciò la mano destra alla principessa, che nella sinistra teneva un giglio bianco, e si portò di fronte alla grotta che faceva da covo giganti, da cui non tardò a uscire uno di quei mostri. Il cavaliere gli intimò d'arrendersi, ma il gigante, come tutta risposta, si mise a ridere. Il cavaliere iniziò allora con una lunga spiegazione a dire che non era bene quello che il gigante stava facendo. Il rozzo omaccione, mentre il cavaliere parlava, tirò fuori una pesante clava e gliela diede in testa. Il cavaliere stramazzò a terra e la principessa, il giglio in mano, si girò disgustata dall'altra parte.
Un secondo cavaliere si presentò all'impresa, e un secondo gigante fece capolino dall'ingresso della grotta. Non appena il gigante uscì dalla caverna, il cavaliere lo infilzò con la sua lancia. Con sua gran delusione, la principessa non sorrise compiaciuta, né gli lanciò il giglio. Al contrario, una lacrima le rigò la guancia. L'asciugò con un fazzoletto, che lanciò sul corpo esanime del gigante.
Arrivò un terzo cavaliere, che si parò di fronte al terzo gigante. Anche il terzo paladino, come il primo, gli intimò d'arrendersi, e il gigante ancora rise. Anche lui protestò le ragioni del re e del regno contro il gigante. Questi alzò nuovamente la pesante mazza, ma il cavaliere non si fece trovare impreparato e, dopo un faticoso duello, lo uccise.
La principessa lanciò il suo giglio al cavaliere e lo sposò.
Si presentò un primo cavaliere. S'inchinò di fronte al re, baciò la mano destra alla principessa, che nella sinistra teneva un giglio bianco, e si portò di fronte alla grotta che faceva da covo giganti, da cui non tardò a uscire uno di quei mostri. Il cavaliere gli intimò d'arrendersi, ma il gigante, come tutta risposta, si mise a ridere. Il cavaliere iniziò allora con una lunga spiegazione a dire che non era bene quello che il gigante stava facendo. Il rozzo omaccione, mentre il cavaliere parlava, tirò fuori una pesante clava e gliela diede in testa. Il cavaliere stramazzò a terra e la principessa, il giglio in mano, si girò disgustata dall'altra parte.
Un secondo cavaliere si presentò all'impresa, e un secondo gigante fece capolino dall'ingresso della grotta. Non appena il gigante uscì dalla caverna, il cavaliere lo infilzò con la sua lancia. Con sua gran delusione, la principessa non sorrise compiaciuta, né gli lanciò il giglio. Al contrario, una lacrima le rigò la guancia. L'asciugò con un fazzoletto, che lanciò sul corpo esanime del gigante.
Arrivò un terzo cavaliere, che si parò di fronte al terzo gigante. Anche il terzo paladino, come il primo, gli intimò d'arrendersi, e il gigante ancora rise. Anche lui protestò le ragioni del re e del regno contro il gigante. Questi alzò nuovamente la pesante mazza, ma il cavaliere non si fece trovare impreparato e, dopo un faticoso duello, lo uccise.
La principessa lanciò il suo giglio al cavaliere e lo sposò.
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