mercoledì 23 settembre 2009

Tabelline animali



Si cerca di rendere digeribile alla figlia il ripasso estivo delle tabelline.
Babbo: "Adesso facciamo la tabellina delle galline: quante zampe ha una gallina?"
Figlia: "Due."
B.: "Quante zampe hanno due galline?"
F.: "Quattro."
E cosi' via.
B. : "Ora facciamo la tabellina dei cavalli: quante zampe ha un cavallo?"
F. : "Quattro, uffa!"
B. : "E due cavalli?"
F. : "Otto."
E via andando, senza entusiasmo da parte della figlia.
B. "E ora, la tabellina della formica..."
F. : "No, non voglio fare QUELLA, ADESSO!"
B. : "Va bene, la faremo stasera. Allora, scegli tu un animale per la prossima tabellina."
F. "Scelgo il SERPENTE! Zero, zero, zero, zero..."

lunedì 1 giugno 2009

Tempus fugit

Tempus de manibus sfugit,
ut acqua de colapasta.
In Junio tempus non bastat,
sed Julius scribendum erit:
pro infantia,
cum abudantia.

giovedì 30 aprile 2009

Giochi da ristorante: la Formula 1


Questo forse non lo conoscete. Era popolare nel mio cortile quando avevo forse dieci anni, specialmente nei giorni di pioggia; ma lo si giocava anche nella pausa tra giochi piu' fisici.
Materiale: fogli a quadretti e una matita, o una penna.
Inizio. Sul foglio si traccia una pista da Formula 1, con un inizio e una fine.
Svolgimento del gioco. I giocatori (due o piu') partono da fermi (ovviamente) dalla linea di partenza e muovono a turno. La loro posizione sta sempre all'incrocio delle linee del quaderno. Si muove a turno.
La regola per muoversi stabilisce che si puo' accelerare o decelerare di al massimo un quadretto in verticale e/o orizzontale. Per meglio spiegare cosa cio' voglia dire, seguite il percorso dei corridori A, B e C nella figura qui sopra (ho segnato con dei numeri le posizioni successive dei giocatori).
A si trova nella posizione iniziale al tempo 0 e con velocita' 0. Procedede di uno in alto (verticale) e di uno a destra (orizzontale) e giunge alla posizione segnata con 1. Indico lo spostamento (la "velocita'") con i numeri (1,1). Alla mossa successiva, A puo' modificare di al massimo 1 sia la componente orizzontale che quella verticale del suo spostamento; da (1,1) a uno dei seguenti:

(0,1), (1,1), (2,1), (0,0), (1,0), (2,0), (0,2), (1,2), (2,2).

Come vedete, nel passare dalla posizione 1 alla 2, il giocatore A ha scelto (0,2); decelerando in orizzontale e accelerando in verticale. Gli spostamenti di A sono, nell'ordine:

(1,1), (0,2), (1,3), (2,4), (3,4), (4,3), (4,2), (3,1), (2,0), (1,-1) [il numero negativo -1 in verticale significa che lo spostamento e' verso il basso; un numero negativo in orizzontale significa spostamento a sinistra], (1,-2), (0,-3), (0,-4), (0,-5), (0,-6).

Il giocatore A raggiunge il traguardo dopo 15 mosse. Notate come B, riuscedo a fare la curva piu' stretta, sia arrivato in 14 mosse. Il giocatore C, che aveva spinto troppo sull'acceleratore, s'e' schiantato sulle protezioni nonostante un tardivo tentativo di frenata.

Vince, ovviamente, chi arriva primo al traguardo. Chi, come C, esce e' eliminato.

Si possono introdurre delle varianti o delle regoleulteriori. Per esempio, si puo' imporrre che due auto non siano nello stesso punto allo stesso istante. Oppure, si possono introdurre delle "macchie d'olio" su cui non si puo' accelerare, ne' decelare. E cosi' via.

(PS: ho avuto qualche problema a caricare l'immagine cambiandone il formato: cerchero' di ovviare nel weekend).

sabato 25 aprile 2009

Storie morali: (2)

C'era una volta una coppia di contadini senza figli. Non che non volessero, anzi, ma stava arrivando per loro l'età in cui di figli non se ne hanno più, e di marmocchi neanche l'ombra. Un giorno la donna stava andando a prendere l'acqua e incontrò una vecchia piegata sotto una pesante fascina di legna.
"Ti aiuto io, nonnina," s'offrì la donna, che si caricò la fascina sulle spalle.
Arrivati a casa della vecchietta, questa disse: "Sono povera e non ho nulla da darti in cambio, ma nel volgere di meno d'un anno avrai ciò che ora non hai."
Dopo nove mesi, infatti, nacque il bambino tanto desiderato.
Il bambino aveva pochi mesi e la madre se lo portava dietro andando al fiume a prendere acqua, quando incontrò la stessa vecchietta, che stava disperatamente cercando di far smuovere il suo asino. La contadina si disse tra sè: 'non posso aiutarla col bambino in braccio'; ma sotto sotto stava invece pensando: 'non sarà mica che la vecchia ora vorrà qualcosa in cambio, solo per avermi detto che avrei avuto qualcosa, senza neanche dirmi cosa'. Fece così finta di non vederla e passò oltre.
Passavano gli anni e il bambino cresceva sano e robusto, ma cattivo. Non dava mai retta ai genitori, prendeva gusto a tormentare gli animali e aveva oramai litigato con tutti i bambini del vicinato. Per di più, si erano accorti che rubava in casa. "E chissà se non ruba anche dai vicini?!" si chiedeva angosciata la madre.
Un giorno si scoprì che qualcuno aveva rubato dalla cassetta delle elemosine in chiesa. In paese pensarono tutti che fosse stato il figlio dei due contadini, così andarono a chiederglielo.
"Certamente non sono stato io," rispose lui stizzito. Però, quando andarono a cercare nella sua camera, trovarono le monete sotto il suo letto.
Il bambino fu allora portato in piazza e giudicato. Tutti lo accusarono: gli altri bambini che lui aveva sempre trattato male; il parroco della chiesa a cui aveva rubato le elemosine; i paesani che erano stanchi di tutte le sue cattiverie e persino i suoi genitori, che s'erano persino pentiti di averlo tanto desiderato.
Il bambino si guardava attorno in cerca di uno sguardo amico, ma non ne trovava nessuno. Non i paesani, non gli altri bambini, non i suoi genitori.
"Se nessuno ha nulla da dire in sua difesa, procederemo alla punizione di questa piccola canaglia," disse il podestà del paese.
Una debole e triste voce di vecchia obiettò: "Non va bene dare tutti addosso a un bambino, non importa cosa abbia fatto. E' solo un bambino, dopotutto."
Una folla inferocita zittì la vecchia. "Non merita pietà!" "Poteva pensarci prima."
Fu deciso che il bambino sarebbe rimasto tre giorni e tre notti legato all'anello di ferro a cui -davanti all'osteria- venivano legate la cavalcature dei clienti.
La mattina dopo, però, il bambino non era più lì, né lo si trovò da nessuna parte in paese, né a casa sua.
Qualche giorno dopo, uno straccivendolo di passaggio disse di aver visto, a molte leghe da lì, una vecchietta che camminava, aiutando il passo stanco appoggiandosi a un bambino pieno di premure per lei. Senza dubbio il suo nipotino, concluse lo straccivendolo.

sabato 18 aprile 2009

Giochi da ristorante: il tris


Quando si va al ristorante con dei bambini, specialmente d'inverno o in giornate piovose, non bisogna mai dimenticare di portare con sé fogli, penne e matite. La lunga permanenza al ristorante è per i bambini una tortura incomprensibile, e la richiesta che viene loro fatta di stare fermi e composti, per quanto comprensibile, è per loro innaturale.
Una penna e pochi fogli (o la tovaglia di carta, se si tratta di trattoria economica) sono tutto ciò di cui si ha bisogno per intrattenere i bambini per tutto il tempo necessario.
Un gioco adatto ai bambini di età scolare è il tris, o una delle sue varianti. Le regole del tris le conoscono tutti, mi limito quindi a segnalare la bella voce della solita wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Tris_(gioco)

da cui è tratto il bell'esempio di partita qui sopra.

Nella vita di moltissime persone il tris è il primo esempio di teoria matematica di cui si acquisisce -spesso in tenera età- una conoscenza completa. Purtroppo, si tratta anche nella maggior parte dei casi dell'ultima teoria che viene studiata con entusiasmo e partecipazione.
Dopo svariate centinaia di partite, quasi tutti i bambini capiscono che due giocatori che giochino perfettamente conducono la partita in patta. Prima di arrivare a questa conclusione, i bambini hanno imparato a parare le mosse dell'avversario, a preparargli dei vicoli ciechi (situazioni in cui ogni contromossa è vana), a rischiare delle posizioni rischiose, ma promettenti.
La teoria del tris è accessibile perchè l'insieme delle possibili partite non solo è finito, ma è anche poco numeroso.
Oggi pomeriggio stavo cercando una maniera per meglio rendere il fatto che due giocatori che giochino perfettamente conducono la partita in patta. Non m'è venuta in mente nessuna formulazione che fosse al tempo stesso rigorosa e semplice (la teoria dei giochi si occupa anche di questi problemi).

Il Tris ha diverse varianti, che trovate anche nella pagina di wikipedia. Una consiste nel giocare in campo aperto (usate come griglia un foglio a quadretti), cercando di mettere in fila (orizzontale, verticale o diagonale) quattro dei vostri simboli. Presto si vede che, tra due giocatori perfetti, il primo vince sempre. Meglio allora provare con allineamenti di cinque simboli. Non so se così la partita finisca fatalmente in una vittoria del primo, o del secondo, o se i due giocatori perfetti siano condannati a trasconarla all'infinito (sulla griglia infinita, purtroppo, non esiste la patta).
Una variante puramente grafica del tris consiste nel rimpiazzare i quadretti dall'incrocio delle righe che li delimitano: sembra un gioco differente, ma è in realtà lo stesso.
Un'altra variante, in commercio col nome di Forza Quattro, chiede di mettere in fila quattro simboli, ma con un "effetto gravità" per cui i simboli devono essere appoggiati su un "pavimento", o su altri simboli già depositati (questa variante la si può giocare anche con i Lego, o con dei cubetti colorati).

domenica 15 marzo 2009

Storielle morali (1)

C'era un paese in cui imperversava una banda di feroci giganti. Il re, impotente, decise di rivolgersi ai cavalieri erranti: pubblicò un bando in cui si prometteva la mano della principessa sua figlia al cavaliere che avesse meglio sconfitto i giganti. Che un qualsiasi cavaliere errante ben armaturato e superbamente cavalcato fosse in grado di sconfiggere un pulcioso colosso, infatti, non c'era dubbio. Non bastava farlo: bisognava farlo correttamente.
Si presentò un primo cavaliere. S'inchinò di fronte al re, baciò la mano destra alla principessa, che nella sinistra teneva un giglio bianco, e si portò di fronte alla grotta che faceva da covo giganti, da cui non tardò a uscire uno di quei mostri. Il cavaliere gli intimò d'arrendersi, ma il gigante, come tutta risposta, si mise a ridere. Il cavaliere iniziò allora con una lunga spiegazione a dire che non era bene quello che il gigante stava facendo. Il rozzo omaccione, mentre il cavaliere parlava, tirò fuori una pesante clava e gliela diede in testa. Il cavaliere stramazzò a terra e la principessa, il giglio in mano, si girò disgustata dall'altra parte.
Un secondo cavaliere si presentò all'impresa, e un secondo gigante fece capolino dall'ingresso della grotta. Non appena il gigante uscì dalla caverna, il cavaliere lo infilzò con la sua lancia. Con sua gran delusione, la principessa non sorrise compiaciuta, né gli lanciò il giglio. Al contrario, una lacrima le rigò la guancia. L'asciugò con un fazzoletto, che lanciò sul corpo esanime del gigante.
Arrivò un terzo cavaliere, che si parò di fronte al terzo gigante. Anche il terzo paladino, come il primo, gli intimò d'arrendersi, e il gigante ancora rise. Anche lui protestò le ragioni del re e del regno contro il gigante. Questi alzò nuovamente la pesante mazza, ma il cavaliere non si fece trovare impreparato e, dopo un faticoso duello, lo uccise.
La principessa lanciò il suo giglio al cavaliere e lo sposò.

venerdì 6 marzo 2009

Limerick-intervallo

Buona gente di Zoagli e di Rapallo,
vogliate voi scusare l'intervallo.
Non son vaporizzato,
ma solo un po' impegnato.
A rivederci a dopo l'intervallo.

venerdì 20 febbraio 2009

Ninna-nanna a improvvisazione

E' arrivato un capitano
dallo sguardo un poco strano,
è arrivato con suo figlio
su uno strano, gran naviglio.
Ha degli occhi spenti e buoni
e una barba nera e folta
alla moda d'una volta,
ha dei calli sui manoni.
La sua nave vola via
sulle onde senza scia:
una cosa così strana
da parere quasi arcana.
Gli offro un fiasco di buon vino
per sentirlo raccontare
per che via, per quale mare
sia approdato qui vicino.

"Molti anni ho navigato
per l'oceano salato,
trasportando merci e genti
per i quattro continenti;
finché un giorno non fui giunto
nel Mar Nero ed a quel punto
l'equipaggio stanco morto
volle fare sosta in porto."

Beve, beve il capitano,
mentre il figlio con la mano
della barba i fili intreccia
fino a farne lunga treccia.

"Fu nel bel porto d'Odessa
ch'io conobbi quell'ostessa
di cui, presto ricambiato,
mi trovai innamorato.
Senza fretta, ma con danno,
rimanemmo a Odessa un anno.
Quale danno spiegherò
se dell'altro vino avrò."

Beve, beve il capitano,
mentre il suo catamarano,
pur essendo il mare mosso,
resta fermo, e io non posso
ben comprender come faccia:
tutto rolla, e lui in bonaccia.

"Era incinta la mia ostessa,
cittadina lei d'Odessa,
mentre io, che ero inglese
fui cacciato dal paese.
Mi cacciarono da terra
perché aveva mosso guerra
il paese ove son nato
a quel che m'avea ospitato.
Me ne andai la notte stessa,
lì lasciando la mia ostessa,
e ripresi a navigare
ed a correre ogni mare.
Feci rotta per la Cina,
poi, parendomi vicina,
mi portai in Indonesia,
poi in Birmania, poi in Malesia.
Ma non c'era porto o sosta
che non arrivasse posta:
la mittente era la stessa,
'Olga Ivanovna, ostessa':
'Sai, è nato un bel maschietto,'
mi rigiro io sul letto,
'in tuo onore, capitano,
l'ho chiamato Ivan Gabbiano.'
Sappia, infatti, che di nome
son John, Seagull è il cognome."

Beve, beve il capitano,
e il suo sguardo va lontano.
La sua mente in mar s'è messa,
si dirige verso Odessa.

"Non potevo io aspettare
che una tregua o pace vera
mi lasciasse ritornare
alla madre e locandiera.
Travestito da argentino
noleggiai un brigantino.
Non ci volle un mese intero,
ch'ero giunto al Mare Nero.
Arrivai infine a Odessa,
ritrovai la sua locanda:
stava lì sulla veranda,
allattando, la mia ostessa.
Furono giorni felici,
vidi anche i vecchi amici:
marinai, armatori,
cuochi, attrici e traditori.
Tra questi ultimi un serpente
si rivolse a un sergente
della polizia d'Odessa,
che arrivò la notte stessa.
Mi portarono in prigione,
come spia e come nemico;
quanto triste non le dico
fu lasciar la mia pensione.
Mi volevan fucilare,
ma poi furono contenti
di lasciarmi anni venti
nella torre in riva al mare.
Nella cella, poco dopo,
incontrai un grosso topo,
che assieme a un vecchio ragno,
mi fu unico compagno.
Di lì in capo a pochi anni,
per vecchiaia e malattia,
lasciai loro e i miei affanni
senza la mia compagnia.
Il mio corpo fu sepolto,
però l'anima ribelle
fu all'idea che mi fu tolto
Ivan, e uscì dalla pelle.
Mi recai dalla mia ostessa,
nel suo bar in centro a Odessa,
e convinsi lei e il figlio
a seguirmi sul naviglio.
Un naviglio che vedrete,
se degli occhi buoni avete,
nelle notti senza luna
navigare alla fortuna."

Con la manica asciugò
le sue labbra e salutò,
poi col figlio uscì sul molo;
li seguii, ma lì ero solo.
Era notte di uragano
e mi parve molto strano
tra la nebbia ed il miasma
di veder, quasi fantasma,
una nave che correva,
senza scossa, né rollio,
come fosse del mar dio,
e nel mare si perdeva.
Credermi, lo so, è duro:
al timone è il capitano,
tiene stretta per la mano
una donna in velo scuro.

giovedì 29 gennaio 2009

Ninna nanna

Una vecchia ninna-nanna fa

"Ninna-o, ninna-o,
questo bimbo a chi lo dò?
Lo daremo all'uomo nero
che lo tiene un mese intero;
lo daremo alla befana
che lo tiene una settimana."

Mancano diverse scansioni di tempo. Io l'ho continuata così:

"Ninna-o, ninna-o,
questo bimbo a chi lo dò?
Lo daremo all'uomo nero
che lo tiene un mese intero;
lo daremo alla befana
che lo tiene una settimana;
lo daremo al padrone del forno
che lo tiene per un giorno;
lo daremo alla vecchia signora
che lo tiene per un'ora;
lo daremo al caprone cornuto
che lo tiene per un minuto;
lo daremo al sasso tondo
che lo tiene per un secondo."

E voi, come la completereste?

venerdì 23 gennaio 2009

Limerick

A Bologna, a un carciofo di Paestum,
un prezzemolo disse "Benèssum:
si frigge in padella,
si va poi in scodella."
Giudìa sorte al carciofo di Paestum.

lunedì 19 gennaio 2009

Concorso Cancellina

Carissimi lettori,
ultimamente non ho avuto molto respiro per scrivere nuove cose. E dire che qualche ideuzza c'era.
Lascerò a voi il compito di svilupparla, modificarla, tradirla. I frutti delle vostre fatiche, come premio, saranno qui pubblicati. Vi lascio un brogliaccio di massima come traccia.

Cancellina è una bambina che, al posto del dito indice della mano destra, ha una gomma per cancellare. Con quello può cancellare ciò (e chi) che non le piace, che la spaventa, che la fa arrabbiare... Non ha però modo di rimediare alle cancellature. Questo la porta a una serie di disavventure in cui cerca di rimediare con frettolose cancellature ai disastri di quelle precedenti, e le cose vanno di male in peggio.

Matitino, al contrario, può creare a suo piacere usando il dito-matita, ma non può cancellare. Anche lui, utilizzando questo potere, fa e finisce nei guai.

Lieto fine: Cancellina e Matitino s'incontrano e, collaborando, riescono a tirare avanti, anche con un certo successo.


Di questo spunto esistono diverse versioni orali, che magari metterò in rete. Dopo i vostri, ovviamente: non vorrei influenzare nessuno!

Saluti,
Màz

venerdì 26 dicembre 2008

Banchetto di Natale

Maria era incinta, quando a lei e a Giuseppe fu ordinato di mettersi in marcia per la piccola città di Betlemme, dove avrebbero dovuto registrarsi presso l'Ufficio del Censimento Romano. Giuseppe caricò Maria sull'asino e partirono.
Fu un viaggio lungo, ma la sera del terzo giorno arrivarono finalmente a Betlemme. Maria, come tutte le donne incinta, aveva una gran fame e girarono per il centro in cerca di un posto in cui mangiare. Furono indirizzati alla Pizzeria Bella Napoli, ma era già piena di gente arrivata in paese per il censimento e non c'era neanche posto per mangiare in piedi. La pizzeria Vesuvio aveva addirittura finito la pasta per la pizza e aveva chiuso prima del tempo. La pizzeria Posillipo non aveva nemmeno aperto, perchè il pizzaiolo era andato a farsi censire in Galilea, da dov'era immigrato, e la pizzeria Amalfi era chiusa per le vacanze invernali.
"Ma io ho fame," si lamentò Maria con Giuseppe.
"Ho solo queste tre rape," rispose Giuseppe dopo aver frugato nella tasca della tunica.
"Pazienza, magerò quelle," disse Maria, e prese a sgranocchiare le rape.
Dopo poco tempo, Maria fece un urlo e si premette la pancia: "che male, Giuseppe!"
"Per forza, hai mangiato le rape crude!" fece lui.
"Ma no, scioccone, questo è Gesù che ha deciso di venire fuori," disse lei sorridendo, "andiamo a cercare un albergo e una levatrice per il parto."
La levatrice la trovarono, ma con gli alberghi furono sfortunati come con le pizzerie: tutti pieni di gente tornata al paese dagli angoli più remoti dell'impero.
Gura che ti rigira, trovarono, proprio al centro del paese, una stalla diroccata, chiusa da una cancello senza lucchetto. Entrarono e si prepararono per il parto.
La levatrice stava con Maria, mentre Giuseppe eseguiva i loro ordini andando a cercare acqua, scaldandola e lavando pezze di panno.
Cercando qualcosa che assomigliasse a una culla, Giuseppe trovò un bue appisolato. Prese la greppia da cui il bue mangiava, le diede una ripulita e la riempì di paglia.

Avevano appena finito di lavare Gesù, che sentirono bussare alla staccionata. Giuseppe andò a vedere e si trovò di fronte a tre signori riccamente vestiti, con servitori che tenevano per le briglie i loro cavalli e dei dromedari carichi di casse.
"E voi chi siete?"
"Siamo dei Re Magi," risposero loro. "Siamo arrivati qui seguendo una stella cometa che, secondo i nostri calcoli, doveva portarci dove sarebbe nato Salvatore, il Re degli Uomini. C'è qui un Re di nome Salvatore?"
"No," rispose Giuseppe, "qui c'è solo un bambino di nome Gesù".
"Si vede che i nostri conti non erano del tutto corretti," dissero loro entrando, "abbiamo comunque dei doni per lui."
"C'è qualcosa da mangiare, tra quei doni?" chiese Maria, che aveva ancora più fame di prima.
"No, abbiamo delle cose ben più preziose: oro, incenso e mirra."
"Pazienza", disse Maria, "e grazie comunque per questi preziosi regali".

Quella notte tutti dormivano a Betlemme, e non sentirono un angelo che volava cantando: "E' nato il Salvatore! Andate nella stalla a Betlemme!"
Lo sentirono però i cani dei pastori che dormivano sulle colline intorno al paese con le loro greggi, e iniziarono ad abbaiare furiosamente.
"Che succede? I ladri!" urlavano i pastori svegliandosi ai latrati dei loro cani, ma invece dei ladri trovarono questo angelo che cantava.
'Ieri sera ho bevuto troppo,' pensava un pastore mentre l'angelo annunciava l'avvento del Salvatore.
"E chi sarebbe questo Salvatore?" chiedevano all'angelo.
"Il Re degli Uomini," rispondeva lui battendo le ali fermo sul posto.
"E il Re degli Uomini nasce in una stalla?" insistevano increduli.
"Proprio così," diceva l'angelo,
"Secondo me quest'angelo non ha tutte le rotelle a posto," diceva un pastore.
"Ma non vedi come vola?" obiettava un altro, "dobbiamo tutti scendere in paese e cercare la stalla," concludeva un altro risolutamente.

Betlemme avea delle stradette tutte strette, che in breve tempo si riempirono di pecore. Una signora che si svegliò, s'affacciò alla finestra e vide i vicoli di Betlemme che sembravano pavimentati di lana bianca, e in mezzo alla lana galleggiavano i pastori, i loro somari carichi e i soliti cani che abbaiavano. 'E' nevicato proprio tanto stanotte', pensò la signora scambiando la lana per neve, e tornò a dormire sotto le coperte.
Alcuni pastori avevano raggiunto la stalla diroccata. "E' qui che è nato Salvatore?"
Giuseppe pensò che qualcuno doveva aver fatto uno scherzo: "No, quì c'è solo il piccolo Gesù, col babbo e la mamma."
"Ve lo dicevo, io, che l'angelo non aveva tutte le rotelle a posto," brontolò il pastore di prima.
"Non fa niente, noi siamo venuti ad adorare il bambino nato in questa stalla." Presero dei dono dai loro asini ed entrarono.
"Avete qualcosa da mangiare?" chiese Maria.
"Certamente, signora: siamo pastori!" Mostrarono i loro doni: carne, formaggi, sacchi di lana.
Giuseppe e i magi, aiutati dai pastori, improvvisarono un lungo tavolo con le assi del tetto. I pastori accesero il fuoco per la griglia. In poco tempo, erano tutti seduti a tavola, con Maria a capotavola e Gesù saldamente attaccato alla sua mammella.
I pastori portavano in tavola i loro cibi: costine d'agnello fritte in olio d'oliva, stufato di montone allo yogurt, grandi forme di pane, rotolini di pasta con le verdure, anfore di vino, carciofi al tegame, cosciotto di pecora...
"Molto meglio questo cibo, delle delicatezze che mangiamo sempre a palazzo," gioivano i Re Magi brandendo dei coscioti d'agnello arrosto.
"Posso avere un pò di vino?" chiedeva Maria.
"Non ti rovinerà il latte?" protestava Giuseppe.
"La sua signora ha molto faticato, stanotte. Un bicchiere non può che farle bene," concluse un pastore, versandole il vino dall'anfora.
E bachettarono insieme, Magi, pastori, Maria, Giuseppe, servitori e levatrici, finchè non arrivò l'alba.

venerdì 12 dicembre 2008

L'uomo-lupo 3

L'uomo disse che doveva andare a fare un bisognino, poi avrebbe ripreso il racconto. Non andò nel bagno dell'osteria, ma verso l'uscita. "Sarà uno di quelli a cui piace fare la pipì all'aperto," pensai.
Non appena uscì, si sentì un cane abbaiare, poi un altro, e di seguito una successione di cani sempre più lontani nella vallata. Dopo un pò s'udì uno stridio, a metà tra il rumore di un'unghia strisciata su una lavagna e una finestra che gira velocemente sui cardini poco unti. L'uomo rientrò con il suo strano passo, mettendo qualcosa dentro la bisaccia che portava a tracolla del suo cappotto. Dalla sacca usciva una specie di fazzoletto nero, che l'uomo spinse subito dentro. Mentre la cosa nera spariva, mi parve di riconoscerla come un'ala di pipistrello. Evidentemente, l'impressione del racconto mi aveva suggestionato.

Mio padre fece quello che aveva detto. Quattro lupacchiotti li diede a un pastore per stare dietro alle greggi, mentre uno, il più sano e robusto, lo tenne per sè, pensando di addestrarlo alla caccia.
In quello stesso periodo, conobbe una donna del paese. Si sposarono e lei rimase incinta. Le visite della lupa si facevano via via più rade. Era arrivato poi un autunno molto freddo e, pensavano tutti, più che dei cuccioli perduti doveva occuparsi di trivare preda a sufficienza.
Passarono così i mesi dell'inverno, arrivò e trascorse la primavera e, poco prima del parto, mio padre ebbe uno strano incontro. Una notte si svegliò con la gola secca per la sete e lo stomaco pesante e, aprendo gli occhi, si vide in faccia il muso della lupa. Gli stava con le quattro zampe puntate sul corpo e con la bocca aperta, le labbra tirate e i denti bene in vista.
"Ora mi uccide," pensò mio padre, che sapeva bene come la lupa, con un solo morso, avrebbe potuto recidergli la gola. La lupa, invece, rimase immobile per un lungo tempo, guardandolo fisso negli occhi. Poi si spostò verso mia madre, che lì di fianco dormiva senza accorgersi di nulla, e le leccò il pancione.
Mio padre, ripresosi dal terrore, s'alzò per difendere la moglie, ma la lupa balzò via e sparì dalla finestra, così velocemente che lui pensò di aver sognato.
Quando mia madre partorì, il figlio era tutto peloso, con due grosse narici, unghie spesse, piedi lunghi e, ciò che era più orribile, lunghi denti canini. In un neonato! Quel bambino, lo avrà forse intuito, ero io.
La gente del paese, conoscendo tutta la storia, disse che era la maledizione della lupa; ma mio padre rispondeva che erano tutte scemenze. Dissero che la lupa era venuta a riprendersi i figli nella pancia di sua moglie; e mio padre cominciò a dubitare. Suggerirono che, vedendo i suoi lupacchiotti in mano all'uomo, la lupa aveva preso un uomo e lo aveva fatto diventare lupo; e mio padre, che non vedeva la peluria cadere, che sentiva mia madre urlare quando mi allattava, che più tagliava le unghie, più le queste ricrescevano lunghe e robuste, decise di restituire i lupacchiotti alla loro madre.
Andò dai pastori e li pagò molto più di quanto non avesse ricevuto da loro per riavere indietro i quattro lupacchiotti, oramai grandicelli. Il suo cucciolo, però, lo volle tenere. Perchè ci si era affezionato; in odio alla lupa; perchè -pensava- "una lupa saprà contare anche fino a quattro, ma certamente non fino a cinque."
In effetti, dopo che mio padre riportò i quattro cuccioli il mio aspetto divenne più simile a quello degli altri neonati. I peli caddero; le unghie, una volta tagliate, ripresero a crescere più tonde e delicate; quando vennero su gli altri denti da latte, i canini non si notarno più di tanto.
Rassicurato, mio padre riprese la caccia, che aveva trascurato per quasi un anno, facendosi sempre accompagnare dal suo giovane lupo. Insieme trascorrevano lunghe giornate, da prima dell'alba a sin dopo il tramonto. Il lupo lo adorava e imparava: puntare, riportare, cercare la preda nel folto della macchia.
Un giorno andarono fino in alta montagna, su per ripide pietraie e lungo sentieri scavati a metà di ripide pareti di roccia. Proprio mentre stavano lungo uno di quei sentieri, mio padre iniziò ad arrampicarsi verso un nido di falco abbastanza accessibile, mentre il suo lupo-cane lo attendeva nervoso più in basso. Da lì mio padre vide arrivare la lupa, che stava percorrendo proprio quel sentiero, ed ebbe un brutto presentimento.
Il giovane lupo non riconobbe la madre, ma una preda come un'altra e gli si scagliò contro. La lupa, più esperta, finse una fuga e, non appena il lupo gli fu alle spalle, si voltò con sorprendente velocità e lo azzannò appena sotto la gola.
In quello stesso momento, riconobbe dall'inconfondibile odore che si trattava del suo quinto cucciolo. Perse ogni desiderio di combattere, lasciò la presa e suo figlio, prendendo il sopravvento, le fu subito addosso. Nella mischia, la lupa scivolò e precipitò nel precipizio.
Mio padre, intanto, era ridisceso sul sentiero. Chiamò il suo lupo addomesticato e tornò verso casa.
Da quel giorno, la mia trasformazione cessò lì dov'era arrivata. Le dita dei miei piedi rimasero troppo lunghe e questo mi costringe a zoppicare. Forse è per questo che, anche se sono cresciuto in questo paese, non posso dire di avere dei veri amici, neanche adesso che sono vecchio.
Ma io mi arrangio lo stesso e, se vuole dare un contributo a questo mio arrangiarmi, lasciarmi un qualche soldo per pagarmi un bottiglione di vino, vorrà dire che questa mia storia non l'ha lasciata indifferente.


"Ma certo, certo": tirai fuori il portafolgi e gli allungai una delle mie poche banconote. Lui la prese, se la mise in tasca e s'alzò dal tavolo. "Grazie mille signore, grazie mille."
Allontanandosi verso la porta, tirò fuori la cosa nera dalla bisaccia e prese a sgranocchiarsela. Non ho mai voluto sapere di cosa si trattasse.
Quella notte dormii con la porta chiusa bene a chiave e la mattina dopo, poco dopo l'alba, l'omino che m'aveva portato in paese mi riaccompagnò al mio treno per il mare.

lunedì 8 dicembre 2008

L'uomo-lupo 2

Mio padre non era di qui; ci passava ogni anno vendendo attrezzi e comprando pelli, lana e formaggio. La sua passione, però, era la caccia: caccia per mangiare, caccia per le pelli, caccia su commissione da parte dei contadini per proteggere i pollai da volpi e faine; caccia per il solo gusto di uccidere, come con falchi e poiane. S'inerpicava su per le pietraie a caccia di aquile, in mezzo a grandi radure invase dai rovi in cerca del cinghiale, giù per il letto dei torrenti alla ricerca dell'orso, la preda più ambita.
Un pomeriggio, quasi al tramonto, seguendo le impronte di un daino su per una fosso secco in mezzo al bosco, si trovò di fronte a una grossa lupa. La lupa, al contrario di quanto fanno sempre i lupi, non scappò. Si trovava in mezzo al fosso, appena sopra mio padre.
Mio padre m'ha raccontato tante storie di caccia, e ogni volta che le raccontava c'era qualcosa di diverso: il cervo era più lontano, le anatre nel carniere dieci volte tante; ma la storia del suo incontro con la lupa me l'ha detta sempre con le stesse parole; le stesse pause, persino.
La bestia si trovava appena sopra di lui, e ringhiava furiosamente. Lui imbracciò il fucile e prese la mira, ma la lupa ancora non scappò, né attaccò. Iniziò invece a guaire, a fare un guaito assai simile -diceva mio padre- al pianto di un neonato in lontananza. Per un attimo esitò: sparare subito o aspettare e vedere cosa sarebbe successo dopo?
In quell'attimo, la lupa s'acquattò sulle zampe posteriori e balzò, passandogli sopra di una buona spanna. Quando si girò, era già sparita nel bosco.
Fu in quel momento che mio padre sentì un altro guaito, più debole, provenire dalla scarpata del torrente. Scostò alcune frasche e vide, in una buca lì scavata, un'intera cucciolata di piccoli lupi. "Ecco perché non scappava: la madre temeva per i suoi cucciolotti." Pensò un attimo sul da fare, poi tirò su i cucciolotti, che erano cinque, li mise nel carniere come fosse una culla e se li portò via, pensando che uno avrebbe potuto addestrarlo per la caccia, gli altri venderli a dei pastori per fare la guardia al gregge.
Lungo la via del ritorno, sentiva di tanto in tanto un rumore di foglie calpstate, ora dietro a lui, ora davanti, a destra o a sinistra. "Seguimi pure, mamma; i tuoi cuccioli ormai li hai perduti per sempre."
Arrivato alla locanda, a quel tempo era proprietà del padre di Orfea, disse di mettere i cuccioli nel pollaio e di chiuderlo ben bene, perchè quella notte la lupa sarebbe passata per riprenderseli; e così fu. Fino all'alba si sentì ululare e guaire, di madre e di figli; e un gran grattare alla porticina del pollaio.
La mattina successiva, però, i cuccioli li si trovò lì dove li avevano lasciati, e della lupa erano rimaste solo le tracce a terra: un gran ghirigoro di cerchi, di veloci ritirate in linea retta verso il bosco, di zampe ben puntate prima d'un salto contro la porta.
"Ti conviene fare degli altri cuccioli, mamma, perché questi non li rivedrai mai; e qualora t'incontrassero, quando saranno addestrati da caccia o guardia, ti converrà tenerti alla larga da loro."


Questa storia, devo dire, m'aveva affascinato. Chiesi alla signora Orfea un'altra caraffa di vino, riempii il bicchiere dell'uomo col cappotto e lo pregai di continuare.

venerdì 5 dicembre 2008

L'uomo-lupo 1

Leggere è bello perchè distrae, ma a volte la distrazione ha conseguenze che non riusciamo a controllare.
Mi trovavo col mio zaino in una grande e affollata stazione, in attesa del treno che mi avrebbe portato a una località di mare per passare qualche giorno di vacanza con alcuni amici. In attesa del treno regionale in ritardo al binario 10, me ne stavo appollaiato sullo zaino a leggere un libro d'avventura, che parlava di esplorazioni in terre lontane, piene di misteri e pericoli. "Ah, come sarebbe bello se io stessi prendendo un battello a pale che mi portasse all'interno della foresta pluviale, invece che il treno che mi porterà a una spiaggia pigiata da milioni di turisti," pensavo tra me e me. Sentii l'altoparlante gracchiare qualcosa, ma non ci feci caso. Poi vidi diverse persone vestite con camicie a fiori avviarsi verso il sottopassaggio, da cui venivano in direzione contraria persone che indossavano i soliti abiti di chi va al lavoro. Dopo pochi minuti arrivò un trenino con tre vagoni stinti e arrugginiti e salii. Ben presto m'addormentai. Mi svegliai solo quando il treno arrivò all'ultima stazione della linea: una casetta con l'intonaco scrostato, da cui partiva una stradina sterrata, in un paesaggio chiuso da alte montagne coperte di pascoli e boschi.
Un omino che stava uscendo dal treno, l'ultimo dei pochi passeggeri, m'assicurò che, no, non si trattava della stazione di Santa-Maria-al-Mare, ma di quella di Selva-di-Valle-Buia. Temendo di rimanere solo in quella stazione isolata, chiesi all'omino di darmi un passaggio in paese, dove, mi assicurò, avrei potuto passare la notte in attesa del treno che mi avrebbe riportato, il giorno dopo, alla grande stazione cittadina, e quindi al mare.
Mentre l'omino mi portava al paese guidando il suo furgone per una strada tutta a tornanti, chiamai i miei amici col telefonino dicendo loro che, per qualche stranissimo errore delle ferrovie, ero finito in un isolato posto di montagna invece che al campeggio dove avrei dovuto raggiungerli. E mentre dicevo questo, capii cos'era successo: il gracchiare dell'altoparlante diceva che il treno per il mare era stato dirottato su un altro binario, per questo i viaggiatori vestiti da vacanza avevano lasciato la banchina; mentre le persone provenienti dal sottopassaggio erano quelli che dovevano prendere il treno su cui ero salito io per sbaglio, ed erano scesi uno dopo l'altro alle stazioni sparse lungo la linea ferroviaria, tranne me e l'omino che mi stava conducendo al paese.
"Lì può mangiare, e hanno anche delle stanze per dormire," mi disse l'uomo lasciandomi di fronte a una drogheria-bar. Lo ringraziai e entrai nel locale buio e, mi sembrò, anche abbastanza puzzolente di legno marcio, di cavolo stufato e di sigarette fumate nel tempo in cui nei bar si poteva ancora fumare.
Nel locale c'erano solo l'anziana barista, un paio di giovani boscaioli e, seduto a un tavolo in angolo oscuro, un uomo infagottato in un cappotto fuori stagione, che non appena mi sentì entrare si girò con la faccia rivolta un pò all'insù; più che per guardarmi, sembrava, per annusarmi.
La signora aveva un modo di fare spiccio, ma non del tutto sgarbato. Mi assicurò che la notte avrei potuto dormire lì senza pagare una fortuna e mi promise che la mattina successiva suo nipote m'avrebbe riportato alla stazione. Ero proprio fortunato, mi disse, perchè aveva appena riscaldato la zuppa di cotiche di maiale e verza che aveva preparato pochi giorni prima. Non era proprio la cena leggera a base di pesce fresco e insalata che m'ero immaginato prima di partire, ma bisognava accontentarsi.
Non appena mi fui seduto al tavolo di fronte al tegame di cotiche e verza, l'uomo col cappotto s'alzò e venne dalla mia parte. Zoppicava, sembrava, da entrambe le gambe. "Disturbo?" chiese sedendosi senza attendere la mia risposta.
"Lascia stare il giovanotto!" urlò dal bancone la barista.
"Non ti preoccupare, non te lo mangio mica il tuo turista," le ringhiò dietro lui.
"Vuole favorire?" gli chiesi spostando verso di lui il tegame troppo pieno.
"Grazie", disse lui, e rivolto alla donna: "Orfea, portami un piatto."
Mise nella sua ciotola una mestolata di cotiche, poi iniziò a ripulirle pazientemente da ogni più piccolo frammento di verza. "Un cibo da pecore!" diceva tra sè e sè rimettendo le verdure nel tegame, "Pecore!". Mi sembrò che, pronunciando la parola "pecore" gli occhi gli brillassero quasi di gioia.
Mangiammo in silenzio, lui si bevve un litro di vino almeno, poi mi guardò storcendo la testa dal basso in alto:
"Questo è un posto sfortunato dove la gente arriva solo per sbaglio. Quanto sfortunato, lei non può saperlo ed è meglio che non lo sappia."
E io, in verità, non avevo nessuna voglia di saperlo, ma lui continuò a parlare e mi raccontò questa storia.

martedì 18 novembre 2008

Segnalazione: l'angolo di Annarita


Con gusto, competenza e l'esperienza di una scrittrice (!), Annarita, nel suo angolo, recensisce libri e film per bambini: consigliato a tutti i genitori.

sabato 15 novembre 2008

Indovina il nome

E' la generalizzazione di Indovina il numero. Uno pensa un nome comune (di cosa, animale, pianta, o astratto) e l'altro deve indovinare ponendo domande a cui si risponde sì o no. Credo che sia un gioco classico. In famiglia è in voga da qualche giorno, nelle passeggiate serali.
La strategia migliore sta nel trovare dicotomie abbastanza trancianti da avviare la mente verso l'individuazione del nome. "E' vivente?" è una buona prima domanda, "è un gatto?" un pò meno.

Mi chiedo se una dicotomia sia buona quando taglia a metà quantitativamente l'insieme dei possibili nomi (ma stabilire quantità tra i nomi è difficile: ci sono tanti nomi di viventi quanti ce ne sono di non-viventi?). O se la taglia semanticamente, secondo una qualche frontiera naturale per il nostro modo di pensare (e quindi, nostro di chi? degli umani? degli europei? dei bambini?).

sabato 8 novembre 2008

Videogiochi immaginari


Passeggiando sotto i portici con Angelica, facendo attenzione alle cacche canine lì lasciate a mo' di mina antiuomo e ai piccioni in agguato, abbiamo progettato un nuovo videogioco. Io l'avrei chiamato "PORTICI", ma lei preferisce un diretto "CACCHE".
L'omino del videogioco deve percorrere un portico bolognese, saltando (freccia in alto) le cacche di cane che incontra per terra ed evitando quelle che i piccioni appollaiati sui tiranti d'acciaio sganciano dall'alto. Pericoli speciali sono costituiti da (i) pitale gettato in strada dalla signora che s'affaccia alla finestra sotto il portico; (ii) deiezione equina che un cavallo parcheggiato al lato del portico -dopo breve avvertimento in forma di coda che si alza- spara alzo zero sotto le colonne.
Ci servono suggerimenti per i bonus: come acquistare punti, vite e tutto ciò che fa di un percorso pericoloso un videogioco completo?

sabato 1 novembre 2008

My life as a limerick III

Una ranocchia verde di Maremma
Oltre che gracidar facea la mamma.
Sua figlia la rospetta
Le disse per burletta:
“Di farmi un bel girino ho già in programma!”

Roby

venerdì 31 ottobre 2008

Limerick d'occasione

Ministra all'istruzione ha il Belpaese
un avvocato single calabrese:
"Perché il popolo raglia?
Si salvi l'Alitaglia!"
E taglia l'ali e i sogni al Belpaese.